giovedì 9 giugno 2022

 Quanto può durare il procedimento amministrativo di emersione dal lavoro irregolare di lavoratore straniero?



Cons. Stato, Sez. III, 09/05/2022, n. 3578

In assenza di un regolamento che ne abbia aumentata la durata, il termine entro cui dev'essere chiusa la procedura di emersione del lavoro irregolare nell'interesse del lavoratore straniero è di 180 giorni. (Conferma T.A.R. Lombardia estremi omessi.)

Quando si ha unico centro d'imputazione? 



Cass. 26/05/2022, n. 17175

Il collegamento economico-funzionale tra imprese gestite da società di un medesimo gruppo non comporta il venir meno dell'autonomia delle singole società dotate di personalità giuridica distinta, alle quali continuano a fare capo i rapporti di lavoro del personale in servizio presso le distinte e rispettive imprese. Tale collegamento, pertanto, non è di per sé solo sufficiente a far ritenere che gli obblighi inerenti ad un rapporto di lavoro subordinato, intercorso tra un lavoratore e una di tali società, si estendano ad altre dello stesso gruppo, salva tuttavia la possibilità di ravvisare un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro, anche ai fini della sussistenza o meno del requisito numerico necessario per l'applicabilità della cosiddetta tutela reale del lavoratore licenziato, ogni volta che vi sia una simulazione o una preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un'unica attività fra vari soggetti e ciò venga accertato in modo adeguato, attraverso l'esame delle singole imprese, da parte del giudice del merito.

mercoledì 8 giugno 2022

 Quando la reversibilità spetta al figlio maggiorenne inabile?



Cass. 01/06/2022, n. 17809

la L. n. 222 del 1984, art. 8 (Definizione di inabilità ai fini delle prestazioni previdenziali) ha introdotto un'unica ed unitaria nozione di "inabilità" ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di inabilità (art. 2), alla pensione di reversibilità (L. 21 luglio 1965, n. 903, artt. 21 e 22) ed alle altre prestazioni previste dal medesimo art. 8, e che la stessa nozione vale anche ai fini del diritto agli assegni familiari, ai sensi dello stesso art. 8, comma 2, che ha sostituito il T.U. 30 maggio 1955, n. 797, art. 4, u.c.;

.. sono quindi "inabili" alla stregua della L. n. 222 del 1984, artt. 2 e 8, contenenti identica dizione, "le persone che, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovino nell'assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa";

La assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa deve essere determinata esclusivamente dalla infermità ovvero dal difetto fisico o mentale, non già da circostanze estranee alle condizioni di salute. Dunque ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità in favore del figlio maggiorenne inabile al lavoro e a carico del genitore è necessaria una totale inabilità, restando escluso il beneficio laddove tale percentuale invalidante sia inferiore.

martedì 7 giugno 2022

 Quando si ha mobbing?



Cass. 03/06/2022, n. 17974

Ai fini della configurabilità di una condotta datoriale mobizzante, l'accertata esistenza di una dequalificazione o di plurime condotte datoriali illegittime non rappresenta condizione sufficiente, essendo necessario, a tal fine, che il lavoratore alleghi e provi, con ulteriori e concreti elementi, che i comportamenti datoriali costituiscono il frutto di un disegno persecutorio unificante, preordinato alla prevaricazione. Deve ritenersi insussistente, pertanto, la fattispecie del mobbing laddove i pregiudizi lamentati dal lavoratore risultino solamente il frutto di screzi e conflitti interpersonali nell'ambiente di lavoro, in particolare con la persona che ne aveva promosso l'attività con il coinvolgimento in compiti eccedenti la qualifica rivestita, non caratterizzati, per la loro stessa natura, da volontà persecutoria.

lunedì 6 giugno 2022

 Entro quali limiti opera il diritto di critica del lavoratore?


Cass. civ., Sez. lavoro, 31/05/2022, n. 17689


Sul tema del diritto di critica del lavoratore nell'ambito del rapporto di lavoro, lo stesso diritto trova fondamento nell'art. 21 della Costituzione che riconosce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Inoltre, l'art. 1 dello Statuto dei lavoratori riafferma il diritto dei lavoratori, nei luoghi in cui prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, e la necessità di contemperare tale libertà col rispetto dei principi della Costituzione e delle norme dello Statuto medesimo. Nel rapporto di lavoro, l'esercizio del diritto di critica nei confronti del datore di lavoro deve essere contemperato con il dovere di fedeltà posto dall'art. 2105 c.c. a carico dei lavoratori, oltre che con il rispetto dei generali canoni di correttezza e buona fede nell'esecuzione del rapporto. In ogni caso, l'esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero, sia che si realizzi attraverso l'espressione di critiche, purché nei limiti di continenza formale e materiale tracciati, e sia che si traduca nella denuncia alle autorità competenti di fatti illeciti, di rilievo penale o amministrativo, purché non di carattere calunnioso, non può di per sé costituire giusta causa o giustificato motivo di licenziamento.

sabato 4 giugno 2022

 Nella determinazione della condotta del lavoratore ai fini del licenziamento come devono essere interpretate le previsioni dei ccnl?



Cass. 27/05/2022, n. 17288

Nell'ambito dei rapporti tra previsioni della contrattazione collettiva e fatti posti a fondamento di licenziamenti ontologicamente disciplinari va escluso che le previsioni collettive si configurino quale fonte vincolante in senso sfavorevole al dipendente. Infatti la esistenza di una nozione legale di giusta causa e di giustificato motivo soggettivo comporta che il giudizio di gravità e proporzionalità della condotta rientri nell'attività sussuntiva e valutativa del giudice di merito, attività da svolgere avuto riguardo agli elementi concreti, di natura oggettiva e soggettiva, della fattispecie, in relazione alla quale la scala valoriale formulata dalle parti sociali costituisce solo uno dei possibili parametri cui fare riferimento per riempire di contenuto la clausola generale dell'art. 2119 cod. civ.

mercoledì 1 giugno 2022


Ai fini dell'ammissione al passivo per crediti di lavoro sono sufficienti le buste paga del lavoratore?

Cass. 27/05/2022, n. 17312


Secondo la costante e non contrastata giurisprudenza espressa da questa Corte, in tema di accertamento dello stato passivo, le buste paga rilasciate al lavoratore dal datore di lavoro ove munite, alternativamente, della firma, della sigla o del timbro di quest'ultimo, possono essere utilizzate come prova del credito oggetto di insinuazione, considerato che ai sensi della L. n. 4 del 1953, art. 3 la loro consegna al lavoratore è obbligatoria, ferma restando la facoltà del curatore di contestarne le risultanze con altri mezzi di prova, ovvero con specifiche deduzioni e argomentazioni volte a dimostrarne l'inesattezza, la cui valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice (Cass. n. 18169/2019; v. anche: n. 17413 del 2015; cfr., da ultimo, Sentenza n. 32395 del 11/12/2019);